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Lock-down. Il bicchiere mezzo pieno dei nuovi modelli di lavoro.

La dinamica dei luoghi fisici di lavoro nel corso degli ultimi anni, con il consolidarsi delle tecnologie, è variata rapidamente. Soprattutto nel mondo delle imprese private si è andati verso la “dematerializzato” del luogo fisso di lavoro verso modelli di “telelavoro” (accordo-quadro europeo sul telelavoro stipulato a Bruxelles il 16 luglio 2002), passando per il cosiddetto “smart working” – o anche “lavoro agile” – (Legge 81/2017 – “riforma del lavoro autonomo”) per arrivare oggi, per gli effetti della pandemia da Covid-19, agli “home office”. In altre parole, l’ufficio ricavato negli spazi di casa. 

Di fatto, stiamo assistendo alla rivincita dei pendolari, quelli cioè costretti a lunghi spostamenti dalle proprie abitazioni verso i luoghi di lavoro, spesso collocati nei grandi centri urbani, e dei borghi sulle città. A questi, svuotati dal Dopoguerra in poi, non in grado di compensare il richiamo delle persone generato dalle città, la pandemia ha donato loro, a sorpresa, una nuova prospera prospettiva di ripopolamento. Luoghi spesso piacevoli nei quali lavorare, con ritmi di vita più concilianti. 

Sono diversi i Comuni, ad esempio Parrano, piccolo centro umbro con poco più di 500 abitanti, si è organizzato mettendo a disposizione dei cittadini una sala per il co-working. Sono diversi, anche all’estero, i co-working che si stanno attrezzando con la prospettiva di aumentare il numero dei propri clienti, soprattutto quelli collocati nelle aree più periferiche e paesaggisticamente accattivanti. Ne è un esempio il co-working MiaEngiadina in Svizzera, nella Bassa Engadina, che unisce spazi di lavoro, community professionale a un grande legame con la natura tipica delle Alpi. 

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